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Per Elenoire

13/06/2016 00:00 Pubblicato da

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Alla ricerca de na storia

Stavo camminando frettolosamente verso casa. A pioggia aveva creato na cifra de pozzanghere e io facevo fatica a schivarle. A luce dei lampioni se rifletteva sul cemento bagnato del parco. Intorno a me v’era un silenzio tombale. Nun c’era nessuno e la cosa non me dispiaceva affatto, anche se sembrava a classica scena de un film horror.

A na certa un tuono rombante ridiede vita ala pioggia. Piccole gocce iniziarono a cadere incessantemente dar celo rompendo quella piacevole ed intensa pace che vi era prima. Pe fortuna che de fronte a me c’era na specie de tunnel dove me potevo ripara’ dala pioggia pe un po’. Aumentai er passo per poi fermamme dentro er tunnel regnato dar buio più completo. Sull’artro lato se vedeva un barlume de luce.

Mi ero fatto du calcoli, se a pioggia avesse cessato dopo na trentina de minuti, verso l’una de notte sicuramente sarei arrivato a casa. Dopo di ché mi immersi de novo nei miei pensieri.

Era da qualche settimana che cercavo disperatamente na storia pe il giornale della scola. Me serviva quarcosa de fico, quarcosa che m’avesse permesso de ottene’ un posticino ar tavolo dei giornalisti capoccioni della scola. In verità, nun me fregava der giornale o della gente che ce lavorava. A me me n’teressava na tipa che curava la sezione “Notizie dell’ultima ora”. Na certa Elenoire.

A prima vorta che a vidi me so detto, una come questa nun me potrà mai interessare. Nun me incuriosiva manco pe niente. Io c’avevo er mio prototipo de donna ideale. Poi però, na vorta, forse er sole, a leggera brezza der vento che accarezzava i suoi cappelli o er leggero vestitino che copriva le sue sinuose forme o er visino dolce che c’aveva o er suo sorriso o lo sguardo felino o le sue gambe o non so cosa, me fece cambia idea completamente.

Me ricordo solo che rimasi pe non so quanto tempo a osservarla come no scemo. Tant’è che, er mi collega de banco notò sta cosa e me fece presente della faccia da rincretinito che avevo assunto. Io allora, pe l’imbarazzo, feci a prima cosa che te po’ passa’ pe a testa in una situazione simile, presi er grosso libro de storia e je lo tirai in testa co tutta a forza che ch’avevo. A prof notò l’episodio, forse a causa dell’assordante rumore creatosi nello scontro libro-uomo, e me mando dar preside. Io naturalmente quella vorta feci finta de sbaja corridoio e mi andai a comprà le caramelle gommose.

Co la scrittura non c’ho avuto mai un ber rapporto. Già dai tempi delle elementari litigavo co a prof de italiano. Na volta era nata na discussione sur fatto che io stessi utilizzando er romanesco invece de scrive’ correttamente in italiano.

A prof me disse, <<Visto che vivi in Italia, dovresti parlare e scrivere in italiano. Il dialetto non è una lingua nazionale.>>

E io je risposi <<A professore’, da noi se dice cosi: a casa tua fai come te pare, ma se vieni a casa mia devi fa come te lo dico io. Tu mo te trovi a Roma, e co questo t’ho detto tutto.>>.

Ricordo che me prese pe a mano e me portò direttamente dar vicepreside, che me disse du’ tre cosette e me licenziò subito che c’aveva da sbriga’ na cosetta.

Al solo pensar a sta cosa, adesso, me viene na tristezza immensa. Se avessi ascoltato a prof adesso non me sarei scapocciato pe trova’ un modo pe entrare a fa parte de quella élite de cervelloni de italiano. Me piaceva quella tipa e dovevo trovà assolutamente un modo pe avvicinamme a lei. C’era un’unica soluzione, rimedia’ na storia, sequestrare un cervellone ed infine, sotto tortura in stile KGB, faje scrive’ n’articolo che poi mi avrebbe consentito de candidamme come novo membro der loro team.

A scola difficilmente la beccavi in giro. O stava in classe a seguire le lezioni oppure in biblioteca co le sue amiche, da dove io me so beccato er divieto d’accesso per aver sistemato alcune faccende in sospeso co uno che m’aveva fatto no sgarro. Quando usciva dall’edificio, saliva subito in macchina.

Avevo pure tentato de fa amicizia co i suoi amici, ma nessun successo. Anzi avevo peggiorato le cose. Un giorno m’avvicino a uno e je faccio <<Bella zì! Come butta?!>> dandogli na bella e amichevole pacca sulla spalla sinistra. Quello m’ha guardato tutto stranito, arrossendo, si è sistemato i mega occhialoni che je copriva tutto er viso, ha stretto a se i libri che c’aveva in mano e m’ha risposto co timidezza <<Tutto bene, grazie.>> (co un grazie soffocante). Dopo però, è scappato a gambe levate. Non so poi cosa je disse ad Elenoire, ma so che da quella volta lei co er su gruppetto de amici me evitavano come a peste. Dovevo ad ogni costo rimediare a quel frainteso. O mejo, dovevo avvicinarmi alla tipa e chiederle er numero, rimedià n’appuntamento, insomma, bisognava fa qualcosa, che poi se se fidanzava, nessuno la toglieva dalle grinfie de n’artro, perché quella era un bel esemplare de gnocca da paura che non te saresti mai lasciato scappare. E poi io c’avevo un codice etico. Delle regole. Una per esempio era: nun provacce co a donna de n’artro, nun peché è der’altro ma peché quelle fidanzate, oltre a conquistarle, devi cerca’ de strapparle dar loro regazzo, quindi devi lavoracce er doppio, forse, invano.

Mentre stavo ancora a pensà a lei e alle mie strategie, ipoteticamente valide, pe raggiunge l’obettivi, dar buio più profondo prendete vita n’ombra accompagnata dar rumore dei suoi passi. Me giro pe vedé chi diavolo era. Ao! Me stavo quasi a piscià sotto dala paura. Nun riuscivo a distinguere na figura umana, sembrava tipo … na cosa strana.

Come uno che sogna felicemente e viene svejiato bruscamente da qualcuno o da qualcosa, così io reagii all’avvicinarsi de quell’entità. A na certa, a cosa se ferma e calla er silenzio. Per qualche lunghissimo secondo nun se senti più nulla finché a quiete non fu interrotta dar rumore de na zippo. Vidi una gigantesca fiamma alzarsi in celo e l’accendersi de na sigaretta. L’ombra riprese a camminare lentamente, muovendosi quasi a zig zag. Pian piano riuscii a scorgere na figura umana. Sembrava che fosse armata o che comunque avesse quarcosa nella mano sinistra, mentre nell’altra teneva la sigaretta. Quando fummo a na distanza dove se poteva capì chi c’hai de fronte, er tizio un po’ umbriaco, allungando la bottiglia de whisky quasi vota, dopo essersi schiarito a voce, disse:

<<Fraté, che c’hai mica 5 euro?>>

Io rimasi sconcertato. Dopo qualche secondo je risposi:

<<Fraté 5 euri nun te sembrano un po’ troppi? Che ce devi fa?>>

Il mio interlocutore allora rispose:

<<Me devo comprà n’artra bottijia de questo>> indicandomi il whisky nella mano sinistra.

Io allora je dissi <<Te do 5 euri solo se me dai na storia figa pe un giornale>>

Nun feci neanche in tempo a dije che era solo na battuta che questo sorridendo me rispose <<Ce l’ho na storia figa. Non commerciale. Ma de figa è figa. Cioè nun ce l’ho io, ma te posso portà da quello che te la può raccontare. Vedrai, non ne rimarrai deluso. Adesso me dai i sordi o no?>>

<<Famo così>> je risposi io un po’ incredulo de quello che me aveva appena detto nonostante fosse abbastanza credibile <<Namo a compra na bottiglia de whisky pe te, una pe l’artro e na birretta pe me e dopo famo un sarto da quello che c’ha a storia figa da raccontamme? Te sta bene?>>

<<Come no. Seguimi!>>

Ci avviamo verso il locale antistante all’entrata del parco. Na volta arrivati, comprammo a roba e ritornammo di nuovo nel parchetto. Camminammo per un po’ finché non fumo vicino ad un laghetto. La mia guida alzo na mano per indicarmi er tizio che m’avrebbe raccontato na storia che io riuscii ad accaparrarmi ar modico prezzo de 5 euri. Ner buio più totale facevo fatica a distingue’ quello che c’era de fronte a me, non ne parliamo a distanza de qualche metro. Alcuni minuti dopo però, riuscii a vede’ in lontananza un signore, forse de media età, seduto su una panchina il quale sembrava che stesse osservano in silenzio er lago, come se fosse stato catturato dall’armonia che aveva sostituito a pioggia. Se sedemo accanto a lui ed il tizio dei 5 euri, rivolgendosi all’altro disse:

<<Vedi questo? T’ha comprato na botija de whisky solo perché tu je raccontassi quella storia che in parte hai rivelato anche a me. Deve scrive n’articolo pe a scola e je serve na storia>>

Il signore sul lato sinistro della panchina, dopo un breve silenzio e dopo aver accettato la bottiglia che l’altro gli aveva teso, rispose:

<<Ne sei proprio certo che la vuoi sentire?>> rivolgendosi a me. <<Lo sai che rischi di annoiarti assai?>>.

<<Nun te preoccupare frate’>>, je risposi io, <<se nun me piace te interrompo e me ne ritorno a casa>>.

Dopo tirai fuori un bloc-notes e na penna ed iniziai ad appuntarmi ciò che er misterioso sconosciuto iniziò subito dopo a raccontare.

Stesura Bologna, 2016, Rev. 9


 

Er Mammone

<<Mi avvicinai furtivamente co dei balzi felini e me nascosi in un angoletto in attesa der momento più opportuno. Era la, a godesse i primi raggi der sole mentre leggeva er giornale, assaporando le pagine ancora fresche de inchiostro e gustandosi serenamente un caffè macchiato.

Il terrazzo der bar era deserto. Nun c’era n’anima viva, se non colui, ancora inconsapevole, che avrebbe scritto il mio articolo.

Come de consueto, attesi er momento in cui lui entrasse in una specie de trans da lettura, m’approssimai come un ninja e co na mossa in stile Jean-Claude Van Damme je tirai du’ pizze in faccia concludendo con un urlo ninjano, tipico de quela corrente filosofica che non so che prof ce spiegò na vorta. Lui, rimase stordito per qualche secondo, dopo emise un breve grido lamentoso e acuto simile a quello di uno scoiattolo che, nel tentativo de fuga dar suo predatore, sbatte in pieno contro un albero de noci.>>

<<Ti prego di scusarmi David, ma non sarebbe possibile evitare di mettere per iscritto anche le vicende in cui tu mi hai maltrattato? Ecco … non vorrei che tutta la scuola venisse a sapere … cioè …>>

<<A coso, guarda che er lettore vole a roba forte. Vole no stile accattivante, na storia divertente, ricca d’azioni, de violenza, misteri e colpi de scena, lasciando anche un po’ de spazio all’immaginazione. E se c’è pure un po’ de love, allora anche un po’ de love. Insomma na cosa vendibile. Capito?>>

<<Comprendo pienamente il tuo pensiero. Non vorrei insistere, ma questa volta non potresti fare un’eccezione. Già mi sono offerto, anche se, sotto intimidazione, di scriverti un articolo decoroso da presentare in redazione. In aggiunta, il tema principale dovrebbe essere un altro. Ti prego, abbi almeno un po’ di pietà di me.>>

<<Ao, senti na cosa, già me sto a sacrifica’ troppo pe te! T’ho detto che non ti prenderò più i sordi der pranzo pe na settimana. Sai che vordi’? Vordi’ che io pe na settimana dovrò provvedere alla mia alimentazione in modo alternativo. Che potrebbe trasformasse in una catastrofe se ce pensi bene. C’è pure er rischio che in questa settimana non riuscirò a trovare uno come te, cioè uno che c’ha i sordi che c’hai te. Poi m’hai detto che c’avevi problemi co er Biforco ed i suoi scagnozzi ed io t’ho detto che te devi scorda’ der Biforco, che ormai nun è un problema tuo.

Considera il caso “er Biforco” chiuso.

Inoltre ho capito che pure er Surtano co er Pezzato spesso te svuotano je tasche. Da oggi de questi qua nun te devi preoccupa’ che nun sanno che solo io c’ho er monopolio sui tuoi quattrini.>>

<<Ne sono molto onorato e ti sono molto grato David…>>

<<…Comunque coso, pensandoce mejo, un po’ me fai pena. Da bullo a vittima, e che resti tra de noi, te confesso che me so’ affezionato a te. Quando te assenti da scola pe malattia sento un po’ a tua mancanza. Nun ciò qualcuno co cui divertimme come me diverto con te. Nun ciò uno a cui dare le pizze in faccia come le do a te o a prenderlo pe i fondelli e avere le tue classiche reazioni da cervellone. Poi, ai compiti in classe me manchi ancora de più. Quello de fronte a me nun ce capisce na mazza de matematica e invece a bionda acida ma gnocca che sta a sinistra nun me vole fa’ copia’ ar compito de italiano, nun ne parlamo della mora dannatamente bona che sta alla tua destra che l’ultima volta quando je chiesi de famme vede’ le risposte ar compito de scienze ma fatto a linguaccia. E la roscia, ne vogliamo parla’ della roscia focosa? Quella manco na volta m’ha fatto sbirciare ar compito de latino. Io come te dissi c’ho un codice che devo rispettare. Un omo deve essere buono e giusto ed io lo sono. Quindi vojo essere clemente con te. Stavolta vojo esagerare va. Me vojo rovina’ pe dimostrate a mia gratitudine per quello che stai facendo e pe quello che farai. Te concedo de non aggiunge’ nell’articolo gli episodi che parlano de te, ma di farlo solo nel libro autobiografico che ho intenzione di pubblicare un giorno e che eventualmente farò tradurre in altre lingue per aumenta’ li introiti.>>

<<Quindi vuoi anche pubblicare un libro?! Ma…>>

<<Niente ma caro collega! A scola la tua identità è salva. Te do a mia parola.>> si mise gli occhiali da sole e gli diede un cazzotto affettuoso sul braccio che gli fece perdere l’equilibrio tanto da costringerlo a doversi aggrappare ad una sedia per non cadere <<T’ho detto, io un po’ a te ce tengo. Ormai sei quasi come un cugino pe me. Molto alla lontana … na cifra alla lontana. Ma sempre un cugino eh. Quindi, adesso scrivi e chiudi la bocca!>>

<<OK…>>

<<Allora, come te dissi prima, er mio target … scrivi “target” che l’ho sentito dire in TV e sona figo … era a giornalista dela scola. A storia ormai ce l’avevo. L’esperto de italiano pure. Dovevo solo far perfezionare i miei appunti e portarli in redazione. Avevo già pensato pure a come batte’ a concorrenza. I pretendenti per il novo posto de giornalista erano in sette. Mi ero fatto pure un programma su come eliminarli uno ad uno in giro de na settimana. Secondo le mie previsioni, in un mesetto avrei ottenuto una scrivania accanto a quella de Elenoire e qualche giorno più tardi l’avrei fatta diventare pazza de me grazie ai miei articoli … cioè … ai tuoi articoli … ma alla fine, è come se fossero mia, cioè a storia è mia e poi er committente so sempre io.

Qualche giorno dopo l’avrei portata ar cinema co a Mercedes der mi vicino, tanto quello se ne sarebbe accorto er giorno dopo, quando io lo avrei fuorviato dicendogli che avevo intravisto er Afghanistano portargli via l’autovettura verso le 19.00, ora in cui er suo cane da guardia aveva l’abitudine de annà a rimorchiare nelle zone limitrofe.

Ner caso peggiore avrei “preso in prestito” er pandino de mi zio, senza però riferirli nulla visto che l’ultima vorta che guidai clandestinamente quell’automobile, sfidando un tassista ar semaforo, che pe la cronaca c’aveva un bolide de macchina, me trovai co a polizia alle calcagna. Nel tentativo de seminare quei petulanti, non so come, dopo una piroetta in verticale dovuta a quella maledetta macchina sportiva che a na certa me sbucò davanti (o ero io che guardavo troppo lo specchietto retrovisore), atterrai cor pandino, ribaltato, su un’autocisterna dedita ar trasporto de carburante. Nun c’avevo manco a cintura de sicurezza ed in quella posizione se stava pure abbastanza scomodi. Ricordo che mi zio appena seppe dell’accaduto se recò subito sur posto der sinistro e me rincorse a piedi pe na buona parte dell’autostrada con in mano l’antenna der pandino, reduce dell’incidente, intenzionato a prendeme ad antennate in testa. Io comunque, zoppicando, riuscii a tenerli testa finché nun me imbattei in due volanti dei carabinieri che a quanto pare m’aspettavano serenamente a qualche centinaio de metri di distanza dal luogo dell’accaduto. Tanto, non avevo scampo.

Riguardo agli altri aspiranti giornalisti, avevo pensato a tutto. C’era uno, lo chiamavano er Mammone peché veniva accompagnato a scola dalla madre in una limousine nera ed era un parente stretto der preside dela scola nonché fijo de quarche pezzo grosso dela finanza. Fu uno dei primi che puntò alla carica de giornalista poiché anche lui, come me, fu stregato dal fascino de Elenoire. Era mejo non ave’ niente a che fare co lui, che se sgarravi, e lo dico pe esperienza, potevi rischiare da tre a sette giorni de sospensione dala scola.

In quel periodo me spaccavo de canne co uno de colore, molto simile a Bob Marley, pe questo lo chiamavamo tutti Marley. C’aveva a vocazione de fa er rapper, tant’è che compose pure na decina de canzoni ma non poté spignerle sur mercato che nun c’aveva i sordi. Er suo gruppetto de amici era composto da gente tranquilla che come me avevano bisogno de staccà pe n’attimo dala frenetica vita scolastica e de cerca’ a pace interiore grazie alle proprietà miracolose della cannabis.

Io e Marley spesso se scambiavamo favori. Infatti me ricordo che na vorta er gruppetto dei turkmenistani avevano tirato un’imboscata a uno der suo gruppo, menandolo a sangue. Quel poveraccio se fecce un mese de ospedale.

A denuncià, nessuno lo voleva fa’, che ognuno de loro c’aveva dei precedenti alle spalle e poi non c’avevano a minima voja de ave’ a che fa co le forze dell’ordine. In più de vendicà, nun se potevano vendicare che all’epoca erano molto inferiori de numero e soprattutto perché erano sempre sotto controllo, come se i turkmenistani cercassero na scusa pe fa fuori tutto er gruppo de Marley.

Quindi Marley me chiese se ce potevo pesa’ io e io cercai de sistema a cosa in maniera pulita, senza destare sospetti. In una notte d’estate, me recai a casa der loro capo, me nascosi dietro a un cespuglio co na mazza da baseball e rimasi in attesa der suo arrivo. Sembrava che er tempo se fosse fermato. A na certa me venne pure l’abbiocco. Allora m’accesi na sigaretta e continuai a tenere sott’occhio er cancello dell’entrata ar palazzo. Era molto tardi e nun c’era manco na luce accesa sia nel giardino che nella struttura. Quindi tutti stavano dormendo o almeno nessuno avrebbe visto quello che fra qualche istante sarebbe accaduto. Spenta a sigaretta, attesi un’altra trentina de minuti. Ancora niente. Stavo già a perde’ le staffe. Ciò significava che er mio informatore m’aveva preso in giro. Mi facevo già er piano pe dargli na lezione pe ave’ fatto l’infame. Dopo però, da lontano, sentii i pensanti passi der boss dei turkmenistani accompagnati da quella canzoncina che lui di consueto fischiettava. Camminava con difficoltà. Me sa che s’era fatto de quarcosa de pesante, che non era molto in forma. Mejo così, me dissi tra me e me. Allora io mi misi il passamontagna e mi affrettai a posizionarmi dietro ar muro de pietra, vicino ar cancello. Il rumore dei passi aumentava, finché dinanzi a me nun comparve una mano. Un scricchiolio metallico segnava la lenta apertura del cancello. Io, co un po’ de strizza ma molto risoluto a farlo, assunsi la posizione der giocatore de baseball pronto a colpire la palla. Mentre lui, varcato il cancello, ignaro della mia presenza, era impegnato a chiuderlo, mi feci forza ed iniziai a colpirlo senza indugio. Lo colpii pe non so quante volte, fino a che nun lo vidi cadere a terra e rannicchiarsi come un bambino indifeso. Nun dissi niente e mi misi a correre come un pazzo.

Il giorno successivo venni a sapere che quarcuno aveva menato ar capo dei turkmenistani e nun se sapeva nulla del responsabile. I turkmenistani però, compreso er loro boss, nutrivano un certo sospetto nei confronti de Marley e della sua banda, ma non osarono prendere delle misure al riguardo in quanto l’attacco di quella sera dimostrava che nessuno era un’intoccabile e soprattutto nessuno è al sicuro visto che tutti chiudono l’occhi a notte.

Anzi, quella lezione fu molto utile a migliorare i rapporti fra le due bande, tant’è che qualche mese dopo fu creata a cosiddetta “Alleanza Bianco-Nera” che sanciva, in caso di attacco nemico di una delle bande dell’alleanza, l’intervento dell’altra, salvo i casi in cui vi fossero dei conflitti di interesse di una certa importanza.

Da allora io co Marley se beccavamo abbastanza spesso e non era insolito che uno chiedesse un favore all’altro. Decisi indi de fare un salto a casa sua e de chiederli de sistema’ a questione “er Mammone”. A Marley, come ad altri der suo gruppo, non stava a genio sto tipo ed era da qualche mese che avevano bisogno de na scusa pe metterlo ar suo posto, che ultimamente stava a fa troppo er galletto.

Come ar solito Marley era troppo ospitale, appena entrato in casa subito me fece accomodare e mi propose di provare la crème della crème: un joint fresco fresco arrivato dalla Colombia con amore. Me disse pure che era una prelibatezza molto rara e che er tizio dar quale acquistò a roba lo aveva avuto da un grosso trafficante de marijuana che a teneva esclusivamente pe uso personale.

Mentre stavamo raggiungendo er nirvana in una stanza in cui sembrava che fosse scesa a fitta nebbia de Milano e con il reggae de sottofondo, raccontai a Marley della storia della tipa e del mio grande piano che prevedeva la conquista der monno der giornalismo. Marley, un po’ incredulo alle mie parole, sorridendo, me disse:

<<Pe na donna me voi diventà un giornalista? Ma te sei impazzito fra’? Tu?! Giornalista?! Hahahahaha!>>

<<Nun è una qualunque fraté.>>

<<So tutte uguali fra’!>>

<<A certe semo noi a vederle speciali.>>

<<C’hai ragione fra’ … c’hai proprio ragione…>>

Nun ricordo quanto tempo era durata a mia permanenza in quella densa e inebriante nebbia marijuanese. So solo che persi a concezione der tempo e quando guardai l’orologio me resi conto che erano passate cinque ore e Marley proponeva de accenne ancora artre, una de na forma più curiosa dell’artra. Io allora me assicurai che lui mi avesse garantito de risolve’ er mio problema e dopo averlo ringraziato, me avviai verso casa.

Il giorno dopo seppi che er Mammone si era ritirato dar concorso per miglior giornalista dela scola e non solo: sparì completamente dalla circolazione. Tempo dopo fu avvistato in un’artra scola lontana chilometri e chilometri dalla nostra. Pare che Marley stesso decise de risolve a mia questione. Come era riuscito nell’impresa non me lo volle mai raccontare, ma quello che era importante è che adesso ce n’era uno in meno, uno che poteva esse na bella spina ner fianco.

Stesura Bologna, 2016, Rev. 5


 

Er Zuumba

Er prossimo da eliminare della mia blac listt era quello che chiamavano er Zuumba. Un tipo che poteva sollevare la cattedra della prof co un solo dito, come se fosse na piuma.

Trattandosi de na celebre scola dala quale buona parte degli studenti continuavano i loro studi presso le più prestigiose università private de giornalismo, come molti artri studenti anche er Zuumba era interessato ala carica de giornalista della scola. Infatti, ortre all’esperienza che se poteva trarre da na simile posizione, molti erano interessati anche, e sopratutto, ad arricchire er proprio curriculum vitae post scolastico al fine de esse accettati senza difficoltà presso i più autorevoli atenei privati de giornalismo, i quali, controllando le maggiori testate giornalistiche, garantivano un posto de lavoro fisso e ben remunerato.

A scola er Zuumba era noto pe a sua sfrenata passione pe er ballo e pe i suoi attacchi improvvisi de danza in pubblico che, detto da alcuni, probabilmente pe er suo modo de move er corpo come na carpa der Reno appena pescata, dava l’impressione de un’impossessato dar demonio.

Na vorta me ricordo che eravamo annati in gita a vede’ a Basilica de non so chi. Capitamo proprio ner momento dela messa. Quindi s’eravamo raccolti tutti in silenzio e s’eravamo messi ad ascolta’ le parole der diacono che era indaffarato a leggere er Vangelo.

Quelli che facevano più caciara furono esiliati in fondo alla basilica, senza che quarcuno potesse opporre resistenza, compreso er sottoscritto. Mentre l’altri ebbero er privilegio de assiste’ ala messa stando in prima fila, che a differenza de quando se sta ar cinema, nun devi sta co a testa rivolta verso l’alto rischiando una susseguente paralisi der collo pe du tre giorni.

Naturalmente Elenoire stava là, vicino ar diacono, in mezzo ad un sacco de colleghi ebeti pronti a soddisfare ogni suo desiderio. Uno de loro je sussurrava pure quarcosa all’orecchio strappandole di volta in volta qualche sorriso e successe pure che quer bifolco se permise de allunga’ a mano pe darle un fugace e amichevole abbraccio. Io, chiaramente, giù in fondo alla navata principale, separato da lei dall’immane folla, rosicavo come un dannato.

Però, non so come, a na certa, mentre ammiravo con le mani dietro alla schiena, ancora rimbambito dar sonno, er soffitto della colossale opera d’arte, dipinto a quanto pare da un famosissimo V.I.P. de qualche secolo fa, fui corpito da na specie de illuminazione divina. Tipo quelle che c’hanno solitamente i santi. Capi’? Sta cosa me fece cambià’ l’umore de centoottanta gradi, o come se dice?

Me guardai intorno finché non individuai er Zuumba, che stava la, in un angoletto, dominato dai primi sintomi di un conseguente letargo, forse, dovuto ad una notte insonne. Me ricordai che er Zuumba veniva spesso preso in giro, in maniera pesante, da un gruppetto de colleghi che stavano proprio là, acanto ad Elenoire. Allora, assumendo un’aria seriosa e discreta, tipo agente der FBI, m’avvicinai a lui in punta dei piedi e je riferii che ero venuto a conoscenza der fatto che er tizio allegro in prima fila, quarche giorno fa, pe dispetto, je rubò er lettore MP3 (cosa avvenuta veramente), dispositivo a cui er Zuumba era molto affezionato. Me rendo conto che quello nun era er momento giusto pe comunica’ na notizia shock a uno come er Zuumba, ma in quel caso, ahimè, andava assolutamente fatto.

Questo, appena conclusa a nostra conversazione, succube all’ira, andò dar ladro der dispositivo, e co na mano sola, prendendolo per il collo, lo alzò a na decina de centimetri dar pavimento. A povera creaturina nun pote’ fa artro che cerca’ invano de liberasse aggrappandosi co entrambe le mani a quella imponente der Zuumba e muovere ininterrottamente i piedi come un criceto su un tapirulan impazzito.

La messa fu interrotta. Molta gente naturalmente rimase de stucco. L’iniziale mormorio della folla ben presto se trasformò in un agglomerato de rimproveri ad alta voce. Persino il diacono, istintivamente stringendo co du mani il crocifisso e porgendolo in avanti, intervenne per tenta’ de porre fine all’irrefrenabile collera der Zuumba. Le prof che ci avevano accompagnati, stra imbarazzate ed arrabbiate nere, in brevissimo tempo ci fecero uscire fuori e successivamente punirono sia er Zuumba che er suo martire.

Mo, cor Zuumba nun c’avevo problemi, anzi, ce annavo abbastanza d’accordo. L’unica difficortà era quella de sape’ come prenderlo peché na vortra uno, senza nessuna intenzione malevole, s’avvicino a lui dicendogli certe cose, cose che lo fecero arrabbia’ na cifra. Beh, pure quer poveraccio se ritrovò sollevato in aria e sventolato come se fosse na bandiera, facendolo sbattere contro i battenti della porta dell’entrata in classe.

Dato che conoscevo un tizio, che conosceva un tizio che a sua volta conosceva un artro tizio de na nota scola de ballo che me doveva un favore, decisi de proporre a Zuumba un’offerta che nun poteva rifiutare: un corso de ballo professionale tenuto dallo stesso Dunduc Turbat Lagreu, all’epoca illustre insegnante de ballo affermato a livello internazionale, in cambio der suo ritiro dar concorso per diventà giornalista. Zuumba nun ce pensò du vorte e accettò l’offerta.

Quarche anno dopo venni a sapere che er Zuumba era riuscito a realizzare er suo sogno. Era diventato un professionista der ballo latino americano e girava pe er monno ballando co je mejo gnocche straniere. Si creò pure un nome d’arte, Miguel Jose Rodríguez Sanchez Alvarez Hernandez Garcia Gonzalez, che a quanto sembra contribuì in parte al suo successo carrieristico.

Stesura Bologna, 2016, Rev.4


 

Er Raduno de Roma

Ripresa a patente me recai immediatamente da mi zio pe chiede’ in prestito er super pandino pe quarche giorno, che precedentemente ero riuscito co successo a ribaltare. Dopo quarche ora de trattative, sudato sette camice e affrontato eroicamente a solita sua ramanzina, riuscii a convincerlo che questa vorta avrei guidato co prudenza avendo ufficialmente ricevuto, pe l’enesima vorta, un documento che me riconosceva a capacità de guidare responsabilmente un’automobile.

Tre giorni dopo vi era er Raduno. Evento in cui bona parte dei possessori de auto modificate della città se davano appuntamento pe mette’ in mostra a propria opera d’arte, oppure pe ammirare quelle degli altri.
Se tenevano pure corse clandestine. Corse a cui io cor mio pandino supa-aggressiv, er cui nome de battaglia è ‘Bianca Neve’, nun potevo manca’; e soprattutto peché c’era pure lei, Elenoire. Lo so, sembra tipo na specie de stalking, ma io lo reputo invece come studio e difesa de ciò che te appartiene. E poi, parlamoce chiaro, se nun te fai notare, ce sarà un’artro che lo farà ar posto tuo.
Ovviamente avrei fatto na brutta figura se me fossi presentato co un’autovettura che nun fosse all’altezza de tale avvenimento. E poi mi zio nun mi avrebbe rimproverato pe molto tempo se avesse notato quarche cambiamento alla macchina. Poiché, ormai, s’era completamente arreso.
Quindi feci un sarto da er Furioso, che c’aveva na somiglianza co quel scimpanzé sempre arrabbiato der film Fast and Furious, e je chiesi de dacce un’occhiata ar pandino, che era messo ancora maluccio. Soprattutto dopo quella vorta, che pe non so quale motivo, na sera, su una strada ben illuminata, nun riuscii a vede’ un alberone pluri-secolare. Alberone che fu nominato dallo stesso Sindaco “Patrimonio e simbolo del benessere della città”, fotografato da na moltitudine de giornalisti e studiato dai migliori scienziati de non so che università pe capi’ come diavolo ha fatto quer coso a campa’ pe cosi tanto tempo.
Nun ciò dei ricordi molto limpidi de quella storia, pechè prima passai da n’amico mio barman, da cui nun potevo rifiutare a sua pozione magica: un mix de superalcolici che era solito a preparamme pe mettemme in forze, visto che ogni vorta che se beccavamo me diceva che me vedeva un po’ indebolito e più di tutto, molto disidratato.

Dopo, pe famme passa’ a sbornia me so detto “Peché nun farsi prima na passeggiata a piedi in giro pe a città?”. Quindi, nun so come, me ritrovai in un gruppo de giapponesi a scattare, come un forsennato, foto a palazzi e monumenti della città. Ascoltando a guida che raccontava a storia de quello o de quell’artro palazzo, a na certa me sembrava quasi de capi’ er giapponese. Tant’è che, co na mano sur mento, pensante, me misi ad annuire co a testa, poiché quello che diceva a tipa inizio a sembrame molto ragionevole.
Guardando un mio collega giapponese fa’ na cifra de foto, nun so peché, ma me era parso che me volesse sfida’ in un duello de fotografia. Pertanto, o je davo du pizze in faccia oppure accettavo a sfida.
Assumendo un’espressione competitiva, ed intanto barcollando, iniziai a stressa quer povero Smartphone. Nun ricordo come fini a serata so solo che er secondo giorno avevo a memoria der dispositivo piena de foto, tra cui molti uselfie co i giapponesi, der tipo: quelle dove se abbracciavamo tutti, quelle dove se facevamo de birra, quelle dove uno de loro vomitava, quelle dove veniva l’ambulanza, quelle dove venivano i carabinieri e molte altre ancora.
Poi pero ritornai a prende’ a macchina. Nonostante camminassi a zig-zag, me sentivo abbastanza in forma pe guidare, o almeno ne ero convinto di ciò.
Ricordando delle sante parole presenti nella “Guida per automobilisti molto responsabili”, decisi stavorta de percorrere n’artra strada pe ritorna’ a casa, na strada dove nun ce fossero i pedoni. Ciò che successe dopo nun ricordo. So solo che l’impatto cor Simbolo della città fu abbastanza violento, tanto da inclinare quer alberone der benessere o come diavolo se chiama, de na trentina de gradi e lasciare un profondo solco ner tronco. A distanza de quarche giorno seppi che quer pezzo museale non ha retto all’impatto e s’era spento dopo un tranquillo venticello. Ovviamente quer giorno venne vissuto quasi come un lutto cittadino e a gente cercava quer maledetto corpevole.
C’era perfino chi, dopo aver passato anni e anni a riflette sulla panchina davanti a quer relitto, camminava girando intorno all’albero e muoveva nervosamente je mani, che immagino che se chiedessero “Perché? Perché proprio a me? Perché?!”
Io nun ce rimasi male pe l’albero, quanto pe er pandino a cui, oltre ad esserci molto affezionato, se era rovinata a bull-bar de acciaio inox rinforzata che avevo fatto montare pe i frequenti casi de incidente che, secondo me, collezionavo per corpa dell’artri, ma secondo a municipale per guida in stato de ebbrezza e/o sotto gli effetti de stupefacenti, oppure pe altre motivazioni superflue che io giustamente (anche da fatto o da umbriaco) respingevo sempre co determinazione e indomito coraggio, spesso anche tentando de assume’ espressioni seriose e solenni; a volte me capitava pure de mette pure na mano sur core pe da’ più credibilità.

Na vorta, infatti, me ricordo che, dopo aver dissetato a mia sete co qualche biretta, stavo ritornando tranquillo dar cinema dove me ero visto un film poliziesco americano. Me fermarono i carabinieri. Nun so peché, quando uscii dala macchina pe andarli incontro al fine de accelera’ a procedura de controllo dei documenti, me ritrovai co un libo in mano. Allora, ancora sotto l’influenza der firm che m’ero visto, e forse anche del alcol, appoggiai er libro sur cofano dela loro macchina, arzai a mano sinistra in alto, mentre a destra la tenevo poggiata sur libro e iniziai a pronunciare le parole “Giuro sulla costituzione degli Stati Uniti d’America e sur Presidente stesso che a prossima vorta me faccio accompagna’ da quarcuno…” poi nun so perché finii er mio discorso co l’elencazione dei diritti che c’avevano i miei interlocutori, der tipo: “Hai diritto de rimane’ in silenzio…Tutto quello che dirai…Hai diritto ad un avvocato…”

Allora uno de loro, co un sorrisetto, me interruppe dicendo: “Ti ci porto io dal avvocato. Su su, fai il bravo e vieni con noi.” Beh, quella fu a prima vorta che me sospesero a patente pe tre mesi e me fecero pure a murta. Che pe me fu tipo na cosa drammatica, in quanto ero costretto sempre ad annà in giro, sotto copertura, co a macchina der vicino, che come ar solito, nun sospettava de niente.

Er giorno dopo me chiamò er Furioso, che a quanto pare nun dormi’ tutta a notte, e me diede na bella notizia: come gli avevo chiesto, pe rende’ er pandino, come se dice, special, gli montò delle luci a led, coperchi stilosi pe i cerchioni, tre tubi de scarico pe renderla unique, luci a neon sotto a macchina, dentro a macchina, fuori dala macchina e non so dove alla macchina ed infine na sfera lampeggiante ar posto dell’antenna. Quando a vidi a macchina pe a prima vorta rimasi de stucco, me sembrava tipo n’arbero de natale, nun tanto pe i neon o le luci a led quanto pe quella diavolo de palla che lampeggiava in maniera intermittente. Che c’aveva pure a caratteristica de spegnersi lentamente, con un’intensità luminosa variabile, come se stesse soffrendo, pe poi accendesse improvvisamente come un flash dopo un intervallo de tempo casuale, facendoti quasi veni un colpo ar core. Er Furioso, tutto esaltato, me raccontò pure che era a luce anticollisione strobo de un Boeing 747 che un suo amico riuscì a staccare da un’estremità alare in quella stessa notte e me spiegò pure che a potevo accenne e spegne semplicemente usando er telecomando attaccato alle chiavi. E non solo: avevo a possibilità de sceglie’ tra a modalità morte lenta e risuscitamento ultra faste oppure morte rapida e risuscitamento pigro.

Fu modificato anche er motore. Adesso er pandino faceva un ruggito da Formula 1. Me disse però che non era riuscito a monta’ er NOS, ché c’aveva bisogno de più tempo e sopratutto de sordi; io però, lo perdonai.

Mancava ancora poco al grande evento. Stavo a casa e me stavo a prepara pe a grande serata quando a na certa me chiama Marcus e me dice con un tono de voce abbattuto, <<Fra’, non te poi immagina che m’è successo.>>
Io allora, <<Dimme fra’!>>
<<Ce sto troppo male fra’.>> rispose.
Io insistente, <<Ao, dimme che è successo!>>
<<Allora, te ricordi quella piccola piantina de marijuana che io avevo cresciuto con estrema premura?>>
<<Si si e quindi?>>
<<Beh è morta fra, è morta.>>
<<Come diavolo e successo?>>
Lui, tirando un sospiro de sofferenza, inizio a raccontarmi <<Questo pomeriggio, stavo annando da un mio fratello pe parlarli de na certa questione che me stava a core e me so scordato de chiude a porta della mia stanza, permettendo cosi l’accesso libero a quer maledetto gatto. Quando ritornai, trovai tutta a stanza sottosopra. All’inizio pensai che furono quei maledetti dell’antidroga. Ma perché mai se sarebbero scomodati cosi tanto pe uno che, innocentemente, coltivava solo una piccola piantina de marijuana pe a vecchiaia, visto che co sta pensione non se sa come andrà. Poi, vedendo er gatto tutto soddisfatto, co in bocca un piccione, me so reso conto che l’unico corpevole der cannabiscidio poteva essere niente altro che lui.

A finestra della cucina era aperta e si vede che un qualche piccione curioso fosse entrato alla ricerca de cibo. Er gatto ne approfittò e je diede a caccia. Secondo la mia ricostruzione dei fatti, la battaglia per la sopravvivenza der piccione, dalla cucina, s’era spostata in un’altra camera da letto per poi concludersi all’interno della mia stanza, luogo dove er gatto, probabilmente sotto l’effetto dell’ira, effettuando un salto molto alto, andò a collidersi con il vaso facendolo crollare.

Nun sai quanto ci ero affezionato fra’. Possiamo dire che era tutto ciò che avevo.>>
<<Me lo immagino fra’, me lo immagino.>> Conclusi io.
Pe sostenerlo moralmente allora decisi de raccontaje na vecchia storia che me fece soffrire na cifra pure a me.
<<Senti fra? Pure a me a vita m’ha fatto dei brutti scherzi e quello che te posso consiglia’ è de cercà de anna avanti. Capito? Devi comunque anna avanti!
Quando ero piccolo, abitavo in un palazzo de 20 piani e io stavo ar’ultimo. I miei me comprarono pe er mi compleanno un gattino, piccolo e da un pelo molto folto; io lo chiamavo affettuosamente Palla de peli. Ce giocavo spesso co lui e giorno dopo giorno quer gattino diventava sempre più grande e sempre più grosso, forse per l’errata alimentazione. Infatti, chiunque venisse a casa nostra portava qualcosa da magna’ a Palla de peli. Quer gatto crebbe, divento enorme e molto pigro. Talmente pigro da non voler neanche saltare su una sedia pe farsi uno spuntino. Na vorta però rimasi solo io co Palla de peli a casa e c’era, come pure da te, a finestra aperta. Successe che un piccolo uccellino atterrò sur bordo della finestra e se mise a cinguettare come un dannato. Ciò catturo l’attenzione der gatto che fece rinascere in lui, come se dice, l’istinto felino. Ao, quella fu a prima volta in vita mia che vidi Palla de peli volare. Come in quella scena der film, der film, ehm. Der film E.T. L’Extraterrestre, dove l’alieno vola co a bici, cosi vidi io na specie de mega palla passarmi davanti e, a causa der attrito co l’aria, creò pure na turbolenza che fece cadere tutti i fogli presenti sulla scrivania adiacente alla finestra.

Ciò che temevo io era che se fossero ritornati i miei, sarei stato accusato di defenestrazione e gattocidio. Quindi elaborai subito na scusa: avrei detto ai miei che er gatto aveva deciso de prendesse na vacanza da quella frenetica vita cittadina, e non avendo ricevuto o spuntino in tempo, se ne andò senza salutare, lasciando però un messaggio dietro a na foto. Infuriato come non mai, prese er primo aereo e parti pe le Hawaii. Ero piccolo, quindi una scusa migliore non me veniva in mente.
Appena sentii a porta aprirsi, andai incontro ai miei, e co na foto de Palla de peli, co dietro scritto “Addio. Con affetto, Palla de peli.”, ed in una valle de lacrime, mostrai ai miei le ultime parole der gatto. Fui sorpreso pero dar fatto che i miei già ne erano a conoscenza della morte der gatto, anzi erano loro quelli in difficoltà a raccontare dell’accaduto. Palla de peli fu rinvenuto un’ora prima da un passante, un signore de circa ottant’anni che, come di consueto, passeggiava su quel viale. Secondo la scientifica, improvvisatasi dai successivi passanti che si strinsero intorno al cadavere del gatto, la vittima non avrebbe deciso di farla finita e quindi di buttarsi fuori dalla finestra e neppure sarebbe stato ucciso da qualcuno, ma bensì avrebbe tentato de raggiungere er cornicione, da dove, per qualche futile ragione, si sarebbe fatto prendere dal nervosismo e avrebbe fatto un passo sbagliato, letteralmente. Così, per colpa della forza di gravità, il mio povero Palla di peli si sarebbe fatto un volo de 60 metri senza avere a disposizione un paracadute.>>

Attesi un po’. <<E poi comunque, sai come se dice? Morta na piantina de marijuana se ne fa n’artra. Te ce procuro io una, nun te preoccupare. Dopodomani quello che è accaduto stasera sarà stato solo un brutto sogno. Poi te do un consiglio: nun piagne sur latte versato. Lo so che c’eri molto affezionato, ma che ce devi fa? A vita può esse molto crudele a volte. Quindi sai che famo? Mo, pe fatte passà a depressione, namo ar Raduno.>>

De notte, co l’occhiali da sole e co a musica a palla, io e Marcus ci stavamo dirigendo verso er Raduno. Ovviamente, con i finestrini chiusi, la nostra vista era offuscata dal fumo della felicita che ci aveva avvolti all’interno della macchina, al fine di non disperdere nell’ambiente le sue proprietà essenziali. A na certa je dico io <<Ao, me sa che ce semo persi; è da quarche minuto che stamo girando intorno.>>

Marcus, come se avesse sentito le mie parole molti secondi dopo, si sporse con cautela in avanti pe osservare mejo quello che c’era oltre ar parabrezza e me rispose <<A fra’, me sa che questa è na rotonda.>> Altri secondi dopo de studio lo portarono a concludere <<A rotonda der Raduno.>>

Io, tempo dopo, quasi sconvolto dalla notizia je risposi <<Tu Marcus, come t’ho già detto na miriade de vorte, te orienti mejo de me nello spazio.>>

Allora presi l’uscita pe il parcheggio e subito a destra e poi a sinistra, dove a na certa vidi due luci rosse molto potenti. Mentre tentavo de capi che diavolo fossero, queste aumentavano de dimensione. Infine realizzai che erano le luci posteriori de n’artra macchina. Quindi, preso dar panico, iniziai a premere sur freno, sur acceleratore, poi sulla frizione poi sterzavo, poi de novo sur freno e subito dopo sull’acceleratore, sterzando, tiravo er freno a mano, poi premevo de novo sur’acceleratore, sterzavo, sterzavo, tiravo er freno a mano e nuovamente, sterzavo, acceleravo. Dopo aver fatto drifting e fatto girare a macchina su se stessa come na trottola pe nun so quante vorte, la supa-car finalmente se fermò. A quanto pare non ci eravamo scontrarti con nulla e nessuno. Uscimmo dalla macchina ridendo come dei pazzi.
Quando arzai lo sguardo vidi che intorno a noi c’era na folla immensa.
Era a gente der Raduno.

Stesura Bologna, 2016, Rev.9

21/07/2017 10:13